Archeologia: Sepino, Campochiaro, Bojano

 Itinerario n° 1:  Sepino, Campochiaro, Bojano.

 
Nella valle ai piedi del Matese si snoda il tratturo Pescasseroli-Candela, l'antica via della lana. Il suo lungo uso come transito di greggi, uomini, mercanzie, tecniche e culti comportò lungo il suo percorso la nascita e la crescita di punti di aggregazione sempre più stabili: case, villaggi, laboratori, santuari, centri urbani. Sul tratturo, sorse in epoca sannitica e si sviluppò in epoca romana, la città di Saepinum, denominata oggi Altilia. Il tratturo la attraversa da parte a parte, coincidendo con il decumanus maximus, la strada principale interna che in corrispondenza del foro si incrocia con il cardo maximus. Collocata in posizione di facile accesso sulla statale Isernia-Benevento, Altilia si apre immediatamente al visitatore con una delle quattro porte urbane, Porta Tammaro, che immette nel cardo e sfocia nella parte opposta con Porta Terravecchia; allo sbocco del decumano si trovano Porta Benevento e Porta Bojano. Imboccato il cardo e svoltando a destra subito dopo la fontana, si entra nel teatro, il primo edificio pubblico della città. Vi si accede attraverso quello che anche in antico costituiva uno dei due ingressi monumentali, un tetrapilo di quattro poderosi pilastri, appunto, che sostengono i grossi conci delle arcate. Attraversata la parodos, uno dei due corridoi di accesso contrapposti, delimitati dal muro degli edifici scenici da un lato e dal muro di sostegno della cavea (analemma) dall’altro, si è nel Teatro. Di forma semicircolare con orchestra pavimentata in lastre rettangolari, sul lato rettilineo termina con un prospetto articolato in nicchie e pilastri, oltre il quale, laddove in antico erano gli edifici scenici, è un casolare adibito a museo. Le gradinate per gli spettatori si dividono, come di consueto, in tre ordini: ima, media e summa cavea, le prime due tuttora visibili mentre la terza è occupata da un emiciclo di abitazioni rurali costruite per larga parte con materiale di reimpiego del teatro stesso. L’ima cavea è di soli quattro gradini, sufficientemente ampi per ospitare le sedie portatili dei personaggi importanti; dopo un parapetto di lastroni, che avevano lo scopo di tenere ben separato questo settore dal resto, e un corridoio semicircolare (praecinctio), è la media cavea, anch’essa conservata solo in quattro file di gradinate. La distribuzione degli spettatori in questo ordine ed in quello superiore era assicurato mediante delle scalette radiali, di cui due centrali e due alle estremità, che dividevano la cavea in quattro settori. Usciti dal teatro attraverso la quinta porta urbana, che si apre nelle mura a ridosso del teatro e che in antico funzionava come uscita di sicurezza per i frequentatori del teatro, si seguono dall’esterno le mura, rivestite con paramento in opus reticolatum e articolate in una serie di torri a pianta circolare. Lateralmente al tratturo si trova il Monumento Funerario della famiglia dei Numisii: a pianta quadrata su alto basamento, sormontato da quattro acroteri angolari, reca incisa sul prospetto una lunga iscrizione dedicatoria; essa ricorda che la municipalità di Saepinum, nelle sue massime cariche, aveva decretato la costruzione del monumento a spese pubbliche e con il contributo di tutti i cittadini, ma che Publio Numisio Ligo preferì farlo a proprie spese destinandolo a se stesso, a sua moglie e al figlio morto prematuramente. Porta Bojano è conservata in tutti i suoi principali elementi. Fiancheggiata da due torri, ha piedritti di grossi blocchi squadrati su cui poggia l’arco, preceduto da cornici modanate, con chiave di volta decorata con una testa barbata (Ercole). Ai lati dell’arco, su piedistalli, sono due figure ad altorilievo di barbari prigionieri. Sul fornice vi è l’iscrizione commemorativa di Tiberio e Druso, che tra il 2 sec. a.C. ed il 4 sec d.C. commissionarono e finanziarono la costruzione delle mura, delle porte e delle torri. Sul lato sinistro della porta è incisa, su uno dei blocchi, una lunga iscrizione, il cosiddetto de grege oviarico, del II sec. d.C., un rescritto imperiale finalizzato a limitare le angherie e i soprusi dei magistrati della città a danno di pastori e greggi transumanti che attraversavano la città. Salendo sull’attico della porta, dove in antico era posto il meccanismo di manovra della saracinesca, è possibile avere una visione d’insieme della parte della città rimessa in luce: il decumano lastricato fiancheggiato in origine da un porticato colonnato; la serie di vani destinati a botteghe alle cui spalle gli ambienti abitativi; le terme collocate presso la porta addossate alle mura, con vasche e ambienti sotterranei per la produzione di calore. Proseguendo verso il foro si incontrano gli edifici pubblici più importanti: sulla sinistra il macellum, il mercato coperto, con vasca centrale e piccoli ambienti intorno, seguito dalla basilica, il tribunale, con le 20 colonne del peristilio interno coronate da capitelli di vario genere. Sul foro, la piazza, a pianta trapezoidale pavimentata in basoli di 82 filari, affacciano altri edifici pubblici: sul lato lungo nord-occidentale si trovava un grandioso arco onorario, ora in fase di ricostruzione, fatto erigere nel II sec. d. C. da un illustre personaggio della famiglia dei Neratii, mentre sul lato opposto si susseguono edifici di culto, la curia (luogo di riunione degli organismi municipali) e il comitium ( edificio per le assemblee). Sul lato di fondo opposto alla basilica, affaccia sul decumano ciò che resta di una fontana pavimentata in lastre su cui sono incisi i nomi dei magistrati che curarono l’opera, mentre si aprono sul foro alcuni ambienti pavimentati in mosaico bicromo, in opus sectile (mattonelle di marmo policrome), e in signinum (cocciopisto). Sul decumano affaccia anche la fontana del grifo, cosiddetta dal rilievo scolpito sul prospetto, con iscrizione che ricorda due personaggi, Caio Ennio Marso e suo figlio Caio Ennio Gallo, che a proprie spese curarono la costruzione di questa e di altre fontane cittadine. Il settore successivo lungo il decumano, rimesso in luce solo sul lato sinistro, ospita alcuni edifici industriali: si riconoscono un mulino ad acqua ed una conceria, con alcuni contenitori interrati rivestiti di mattoni. Alle spalle della fontana del grifo e di questi edifici continua la serie delle abitazioni, alcune delle quali hanno l’atrio con impluvium, la vasca centrale che raccoglieva l’acqua piovana. Fuori da Porta Benevento, riprende il percorso del tratturo e lungo di esso sono i resti della Necropoli Romana, con i resti di monumenti funerari tra i quali si impone per la sua monumentalità quello di Caio Ennio Marso; è a pianta circolare su basamento quadrato; ben in vista sulla parete è incisa l’iscrizione del titolare con tutte le sue cariche e i simboli del potere: i fasci, la sella curullis (la sedia dei magistrati), la capsa (un recipiente cilindrico in cui erano conservati i rotoli della legge). Dappertutto nello spazio urbano sorgono edifici rurali costruiti negli ultimi tre secoli ed in parte ancora abitati: una semplice e suggestiva architettura spontanea sorta in seguito alla rioccupazione del sito in epoca moderna e conservata per fini museali e di servizio. A Sepino lungo la strada che comincia a risalire verso Terravecchia, in località S. Pietro di Cantoni, si incontra un’area sacra ancora in corso di scavo. Su un pianoro, tra boschi di cerri e di querce, si trova l’area sacra che, oltre al monumentale tempio, comprendeva anche una recinzione a terrazze verso valle e un porticato. Il tempio era dedicato ad una divinità femminile probabilmente collegata alla fertilità, che estendeva i suoi benefìci effetti anche alla guarigione di malanni fisici. Il tempio di grosse dimensioni (m. 16,40 x 21,50, corrispondenti esattamente a 60 x 80 piedi oschi- il piede è di m. 0,275-), si ergeva su un alto podio costruito con due diverse tecniche edilizie, la più antica su parte del lato frontale e sul lato corto settentrionale, in opera poligonale con blocchi perfettamente combacianti, l’altra in opera quadrata con grossi blocchi squadrati e ben lavorati. Qua e là vi sono rocchi di colonna lisci e capitelli di tipo tuscanico. L’area sacra costituì un riferimento per la popolazione per un lungo periodo di tempo, a partire dal V sec. a.C., raggiungendo la massima vitalità nel III sec. a.C.; dopo un periodo di contrazione, se non di abbandono, del culto nel II sec. a.C., riprese a funzionare successivamente, fino a trasformarsi attorno al VI sec. d.C., in edificio di culto cristiano: all'antico tempio si sovrappose una chiesa ad una navata, di cui è possibile vedere parte dell’abside. Sull’altura di Terravecchia a quota 953 m s.l.m., si trova la Sepino sannitica; vi si arriva seguendo un percorso che dalla piana risale verso le praterie ed i pascoli montani, nell’antichità riferimento importante per un tipo di economia agricolo-pastorale quale era quella dei Sanniti. L’area racchiusa dalla fortificazione di Terravecchia si articola in due terrazzi naturali da cui si domina visivamente tutta la sottostante pianura e le colline verso oriente. Si riconosce buona parte della cerchia di mura, estesa per m. 1500. In corrispondenza dei percorsi interni e in relazione alla viabilità esterna si aprono nelle mura alcune porte, di cui due attualmente visibili: la Postierla del Matese, di dimensioni modeste (m. 1,10 di larghezza), coperta di lastroni, e la porta dell’Acropoli (ampia m. 2,50). La particolare tecnica edilizia in cui furono realizzate le mura nel tratto che affaccia a valle è quella cosiddetta "a doppia cortina" o "a doppio terrapieno", con due percorsi murari addossati l’uno all’altro, di cui quello esterno più basso. Questo accorgimento tecnico fu motivato da esigenze di difesa: la presenza di due piattaforme fra loro sfalsate permetteva lo schieramento di due file di tiratori e, in ogni caso, la piattaforma esterna costituiva per gli assalitori un passaggio obbligato e scoperto, esposto ai colpi dall’alto. Attorno a queste mura si combattè strenuamente nel 293 a.C. quando il console romano Papirio Cursore assediò Sepino e infine la espugnò: furono 7400 i morti e 3000 i prigionieri. Rimasto a lungo abbandonato, il sito fu rioccupato nel medioevo, quando all’interno delle mura furono realizzati alcuni edifici anche a carattere sacro; fu definitivamente abbandonato attorno al XV sec.; nacque allora la Sepino moderna, presso il torrente Tappone. A Campochiaro, alle pendici del Matese, in località Civitella, vi è il Santuario Sannitico dedicato ad Ercole, non lontano dal percorso del tratturo e vicino all’itinerario che, risalendo il Matese, collegava i due versanti del massiccio montuoso. Il santuario si trova su una spianata naturale rafforzata da muri di terrazzamento in opera poligonale, con due ingressi, di cui uno monumentale con rampa di accesso. Il pianoro si articola in due terrazzi; su quello superiore, delimitato e sorretto da un lungo edificio porticato con prospetto scenografico su quello inferiore, sorge il tempio, conservato nel basamento di grossi blocchi squadrati sul quale all’origine si trovava la cella, unica, con quattro colonne sulla fronte e due sui lati lunghi. Nella parte frontale si apre un pozzo probabilmente collegato alle pratiche di culto, mentre al lato sinistro della zona di accesso si conserva un’ampia cisterna. La frequentazione del santuario durò a lungo, come l’attività edilizia che in esso si profuse da IV al II sec. a.C. La sua importanza fu dovuta sia alla posizione geografica sia alla vicinanza a Bojano, il centro più importante dei Sanniti Pentri. La fine di questa città, presa e distrutta nell’89 a.C. dall’esercito di Silla, causò anche incursioni e saccheggi al santuario, segnandone la fine. Lievi segni di ripresa si ebbero a partire dal I sec. d.C., in relazione alla valenza dell’area come luogo di transito e alla presenza dell'acqua.
A Bojano quella che era stata la culla della civiltà sannitica, primo approdo dei protosanniti discendenti dai Sabini, divenne in epoca romana la sede del municipio di Bovianum. La sua posizione geografica è strategica rispetto ai percorsi: il tratturo Pescasseroli-Candela, la via Minucia, che dall ‘epoca romana collegò Isernia con Benevento, infine l’importante asse viario che da Bojano portava a Larino. Dell’epoca sannitica sono evidenti alcuni tratti di mura in opera poligonale su Monte Crocella (forse una delle tre fortezze menzionate da Appiano quando riferisce della distruzione della città da parte di Silla); altri tratti risalgono verso Civita ed altri ancora sono nella zona pedemontana, quali quelli rinvenuti nel cortile dell’ex episcopio. Il municipio romano si sviluppò in pianura, con uno schema ad arti ortogonali; di grande interesse è la recente scoperta di un buon tratto di strada lastricata a grossi basoli, con relative crepidini, che corre parzialmente nell’alveo del torrente Calderari. Numerosi sono i reperti mobili rinvenuti nell’area urbana ed extraurbana: mosaici con decorazione geometrica, iscrizioni onorarie e funerarie spesso come rilievi raffiguranti i defunti, elementi architettonici conservati negli edifici pubblici o murati nelle pareti delle case.
 
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Sepino, Altilia