Oratino, La Faglia

 Molto paganesimo sopravvive nelle usanze e nelle credenze che, sotto la forma di celebrazioni religiose, la Chiesa inglobò nel suo seno purchè non fossero in aperto contrasto con la teologia. In particolare, per la "Faglia" di Oratino si fa riferimento al culto del fuoco europeo e, soprattutto, ai fuochi del solstizio d'inverno, che, come quelli del solstizio d'estate, sono collegati alla fecondità ed al matrimonio, nonché alla morte. L'astro solare, nascendo dalla notte più lunga dell'anno, secondo le antiche religioni avrebbe dovuto acquistare sempre nuova forza per contrastare il contemporaneo ed apparente morire della natura. Il significato dell'accensione del fuoco era duplice: da un lato si cercava di riprodurre, di mimare la potenza del sole, dall'altro era presente una valenza di purificazione. Il fuoco, testimone di immortalità, avrebbe così allontanato dall'animo umano le tensioni peccaminose eliminando inoltre, con un atto "magico" il male "fisico" della comunità.

Nel Molise il fuoco natalizio è estremamente diffuso. Dalle 'Ndocce di Agnone ai fuochi di Incoronata, ai tanti "ciocchi" del Natale, la regione è una esplosione di luci e di calore. Al di là delle interpretazioni storico- religiose la torcia, nel nostro caso la "Faglia", è una preziosa risorsa per il pastore e il contadino molisano. Rudimentale faro, guida nella notte, questo artistico torcione rischiarava il cammino ed indicava, nelle notti di bufera, la dimora, il rifugio contro le rigide temperature del territorio.
Il rito della "Faglia", le cui motivazioni, in parte dimenticate o sublimate, sono remotissime, è un avvenimento corale, interamente gestito dalla popolazione; si tratta, in concreto, di una enorme fiaccola, lunga oltre dieci metri, con il diametro di circa sedici, formata da canne. Ad essa si dà fuoco la sera della vigilia di Natale, in una collocazione cronologica, come è evidente, molto vicina al solstizio. Le canne necessarie alla realizzazione della "Faglia" vengono raccolte nei giorni che precedono la festa da "squadre" appositamente formatesi. Pulite e selezionate secondo lo spessore e la lunghezza, le canne sono pronte per essere insaccate. La fase dell'insaccatura, unita a quella del trasporto, si può dire che non ha subito variazioni di sorta rimanendo praticamente così com'era. Uso di "partelli" in legno, forza di braccia e del buon vino caldo zuccherato, fanno crescere, nelle gelide serate dicembrine, la Faglia fino alla lunghezza ottimale che non dovrebbe superare la dozzina di metri. Una piccola, ma sostanziale differenza c'è nel legno col quale vengono costruiti i cerchi che tengono le canne. Una volta erano realizzate con piccole querce sottili, spaccate a metà, chiusi prima e inseriti man mano che la faglia si allungava. Ora sono in frassino, pianta molto elastica che quando è ancora giovane si piega con estrema facilità. Completata l'insaccatura, la Faglia è a terra in attesa delle persone necessarie per poterla sollevare sui cavalletti in legno e fissarci le "varre", ossia gli assi in legno che serviranno per il suo trasporto a spalla. 
Occorrono almeno 40 volontari che dovranno sopportare un peso di 60 chilogrammi per tutto il percorso. Durante il tragitto che porta alla Chiesa Madre, il "capofaglia", oltre a scandire il tempo e la marcia dei portatori, inneggia alla "generosità" di coloro che hanno fornito la materia prima per la realizzazione della Faglia, ma mentre prima era una sorta di presa in giro per quelli che avevano subito la razzia, adesso è una vera forma di ringraziamento alle persone ed ai paesi che, anche se indirettamente, hanno fornito le canne.
Una volta giunti sul sagrato della chiesa la Faglia viene innalzata con l'aiuto di un argano e da una corda d'acciaio. Ed è così che dal campanile la barra, con in punta uno straccio imbevuto di combustibile, si avvicina alla sommità della Faglia, depositando la fiamma con cura, così da dare inizio al rito del Natale.
Sono soprattutto i giovani che adesso forniscono forza e volontà, ed è questa una delle caratteristiche principali che differenziano la Faglia, per così dire moderna, da quella delle epoche precedenti. Il sopravvento della componente giovanile è stato sicuramente graduale, ma intenso ed innovativo. Vecchi sistemi di realizzazione sono stati progressivamente sostituiti da nuovi, più pratici e meno pericolosi, sistemi che comunque sono stati cambiati anche a causa delle condizioni sociali che sono mutate negli ultimi decenni. In origine le canne da utilizzare venivano sottratte, mediante rischiose spedizioni, ai numerosi vigneti che costeggiavano la collina oratinese, da gruppi di temerari che sfidavano l'ira e la vendetta dei vari proprietari che subivano l'affronto.
Anticamente la refurtiva, trasportata a spalla, veniva così nascosta in luoghi sicuri, pronta ad essere trasportata improvvisamente nei pressi dell'ingresso del paese pochi giorni prima della Vigilia. Le canne venivano subito legate con quattro cerchi in legno, per non permettere ai proprietari di riprenderle indietro. 
Da quando è stata ripresa la tradizione, visto la carenza di vigneti e di canne nelle campagne circostanti, si è dovuto ripiegare su zone dove le lunghe piante crescono spontaneamente, soprattutto nei tenimenti dei paesi limitrofi.
Il deposito è stabilito in un luogo fisso proprio all'ingresso del paese. Inizia così subito il momento della pulitura, fase che nei tempi addietro non era prevista poiché le canne raccolte erano tutte secche e quindi già spoglie del fogliame.
 
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